Commenta Articolo
Per poter commentare un articolo devi essere loggato.
Scarica File
Per poter scaricare il file devi essere registrato e loggato.

AXIVER INTERVISTA: STEFANO PASSERI

Foto Disponibili 1 clicca per visualizzarle

Stefano Passeri, 44 anni, di Iseo, in piena zona di Franciacorta, dal 1980 in sella ad una moto: 10 titoli italiani al suo attivo, 4 europei ed altri 4 titoli di campione del mondo a squadre. Racconta così i suoi esordi : “Nel 1980 ho fatto la mia prima corsa vera, ma ero ancora piccolo e per questo, con una moto di regolarità, corsi nel cross.  Da lì è cominciata la mia storia fortunata: mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto, sempre”
Una fortuna non da poco…
“Fin da piccolo mi hanno sempre aiutato. I miei genitori non avevano grandi possibilità specie in uno sport costoso come il motociclismo, ma ho trovato altri aiuti. Per prima mia nonna Rina, il mio sponsor numero uno, e poi un concessionario della mia zona che mi prese in simpatia. In poco tempo ebbi le porte aperte per potermi allenare e fare il massimo che si poteva senza spendere troppi soldi”. - sorride riandando con il pensiero a quei tempi - “Rubavo la benzina di nascosto, nella macchina di mia mamma, per potermi allenare o correre”.
E poi è arrivato Moto grammatica di Monticelli….
“Vero, il concessionario mi prese in simpatia e alla mia seconda stagione mi diede già la moto in uso, senza che io la pagassi. Facevamo i conti alla fine dell'anno, quando io riuscivo a vendere il mezzo e ripagare tutte le spese”.
Ma chi è stato ad avvicinarti a questo sporti per primo?
“Mio fratello Sergio, 8 anni più di me, mi portò a vedere una Valli Bergamasche in sella alla sua moto, seduto dietro e mi piacque tantissimo. Inoltre pochi mesi più tardi la 12 ore di Franciacorta partì dal mio paese e io andai a vederla, con i miei amici. Fu un'emozione unica, avevo 13 anni e un groppo alla gola. Pensai: io devo fare questo. Tornai a casa e dissi a mia mamma “Voglio fare il pilota ufficiale”. Per tutta risposta lei mi diede una sberla e mi disse “Porta a casa il diploma, e poi ne parliamo”.
Ma ormai l’amore era nato…
“Sono convinto di avere avuto qualcuno lassù che mi amava perchè una serie di concomitanze  - senza faticare troppo - nel giro di due o tre anni mi hanno proiettato nel mondo dei professionisti. Ho cominciato nell'80 con un 50 da regolarità e poi nell'85 ho vinto il campionato europeo, cinque anni più tardi mi pagavano per correre !
Un'escalation entusiasmante. Non ho mai lavorato in vita mia. Sono arrivato a 44 anni senza mai lavorare e ne vado piuttosto fiero !” ride di cuore e di nuovo lascia spazio ai ricordi “Il bello fu che non chiesi sacrifici alla mia famiglia. Loro avevano paura, soprattutto mia mamma, ma non so come spiegarlo, non ci sono spiegazioni razionali... ricordo che quando avevo sei anni lei mi propose uno scambio “se ti fai operare di tonsille – disse – e di appendicite, ti compro il mini motorino”. Pazzesco, mio fratello era più grande e non aveva neanche la moto; per potersela comprare dovette aspettare i 18 anni. Mio papà mi seguiva e mi ripeteva, “porta a casa il diploma di ragioniere e poi puoi fare quello che vuoi”, e così è stato”.
Ma la storia del tuo esame di maturità va raccontata!
“Davvero ! - esclama Stefano. - Vinsi una gara all'europeo, la domenica prima, in Cecoslovacchia, e la Federazione mi mise a disposizione una macchina, con Tullio Masserini che guidò tutta la notte per portarmi a casa e permettermi, il lunedì dopo, di dare l'esame di maturità. Io non ero preparato – figuriamoci, ero in giro per l'Europa da due settimana per il campionato – ma anche in questo caso ci si mise di mezzo la fortuna. I quotidiani locali, alla mattina, riportarono la notizia della mia vittoria e gli esaminatori furono sicuramente più magnanimi con me, ebbero sicuramente un occhio di riguardo e me ne uscì con 37 ! E proprio l'anno dopo Farioli mi chiese di correre insieme”.
In questi ultimi due anni che cosa è successo alla tua vita?
“Sicuramente un episodio bellissimo. Dopo tanto tempo Aprilia si è ricordata di me e mi ha coinvolto nel progetto del bicilindrico: mi chiamò per testare e sviluppare questa moto in cui credevo e credo tuttora. Un'esperienza bellissima e posso dire che quella moto è davvero troppo avanti rispetto a quelle che sono in commercio oggi. Purtroppo non è stata capita e neanche supportata. E poi c'è l'episodio brutto, quando, purtroppo, una volta finito il progetto Aprilia non si è più ricordata di me e mi ha messo alla porta. Ci sono rimasto male in quell'occasione...credevo di aver dimostrato di far parte della cosa, e invece. Così quando i fondi per lo sviluppo della moto sono diminuiti io sono stato messo alla porta, con gentilezza, è vero,  ma pur sempre alla porta”.
E a quel punto?
“Pensai di dovermi rimboccare le maniche e di dover cercare un altro modo per correre e invece, anche in questo caso, c'è stata un'altra botta di fortuna e mi ha chiamato l'Husqvarna per fare i collaudi e seguire i giovani negli allenamenti e nelle corse dell'Europeo. Così quest'anno non corro, a parte il campionato europeo cross country di De Petri”.
Che rapporto c’è tra te i giovani piloti?
“Nel 2008 avevo nella mia corte sua maestà Merriman che era affiancato ad un giovane francese che veniva dal cross e voleva cominciare a fare enduro. Si chiama Antoine Lethellier, un grandissimo talento che purtroppo è rimasto confinato al termine del progetto Aprilia. Da qui ho capito che potevo dare qualcosa a questi ragazzi. Non parlo di insegnare perchè credo che non ci sia niente da insegnare a nessuno in questo mondo delle corse sempre in movimento. A piloti come Gerini, o Marcotulli, non ho nulla da insegnare, so che loro vanno molto più forte di me in moto – anche se lo devono dimostrare. Io ormai uso un vecchio stile, meno estremo. Una volta si girava nei fettucciati e c'erano altre astuzie. C'era l'interpretazione della gara, la furbizia di intuire quando la gara era dura, come arrivare alla fine. Oggi tutto questo non ha più senso, le moto non si rompono, e bisogna solo andare forte, oggi le gare sono velocità pura, non devi cercare la tattica di gara : non è più importante la traiettoria giusta, pulita, vedi per esempio Brissoni. Il crossista che arriva a fare enduro deve solo mettere la moto a manetta e vincere. Magari, piuttosto, io cerco di insegnar loro altre cose, i valori, il sacrificio, l'equilibrio e non è facile. Mi capita di vedere dei giovani, dei cadetti, che vogliono già la moto ufficiale, se non hanno le gomme nuove non corrono con la scusa di non essere competitivi... questo è falso. I francesi mangiano pane e moto e devono essere da esempio per noi. Corrono con una moto vecchia di un anno e vincono. E' questo che cerco di far capire ai miei ragazzi ma è difficile perchè la nostra società va nell'altro senso. Nell'enduro l'ultima cosa di cui uno ha bisogno è la moto: può dimostrare tutto quello che c'è senza scomodare nessuno né ufficiali, né gomme o sospensioni ufficiali”.
In questo momento stai lavorando con RSMoto?
“Sì, Simone Agazzi mi ha dato quest'opportunità. Il bello è che oltre ad avere un capo simpatico ed appassionato come Simone, ho anche carta bianca. Quello che ho in mente di fare con i ragazzi lo sto facendo : se avrò avuto ragione vedremo arrivare i risultati  e mi auguro che sia così, altrimenti vorrà dire che ho sbagliato !”

Fonte Elisabetta Caracciolo - Axiver International Un ringraziamento speciale dallo staff di EnduroRieti al grande Stefano Passeri che assieme al grande Mario Rinaldi hanno tenuto, a Gennaio 2011, uno splendido Corso di enduro di 2 giorni a Colle di Tora (RI) .
 

Articolo del 13/06/2011

Commenti Articolo
 
Nessun elemento da visualizzare


Torna Indietro